Home > Ave o Maria > Missione
Nascita ed Infanzia
Elena, Emilia, Santa Aiello nacque a Montalto Uffugo
(Cosenza) il 10 aprile 1895, mercoledì della settimana Santa, da Pasquale Aiello
e Teresa Paglilla, in Via Mercato, alle ore 10. La madre aveva chiesto al
Signore la nascita di una bambina che avrebbe chiamato Elena, in memoria della
Santa Imperatrice e per consacrarla alla Croce del Nostro Signore Gesù Cristo.
Fu chiamata anche Santa perché nata durante la Settimana Santa. Fu rilevata al
Comune il 15 aprile 1895 ed in quello stesso giorno fu battezzata. Crebbe in un
ambiente familiare esemplarmente cristiano. Suo padre Pasquale Aiello, era un
sarto rinomato, uomo probo ed onesto. Teresa Paglilla, sua madre, era una
casalinga, moglie e madre esemplare che morì ancor giovane nel 1905, lasciando
otto figli in tenera età: Emma, Ida, Elena, Riccardo, Giovannina e Francesco.
Prima della sua morte un’altra figlia, Maria Teresa, era volata al cielo. Elena
era dunque la terzogenita e quando morì la mamma aveva 11 anni. Di intelligenza
sveglia a 4 anni ripeteva le formule del catechismo. A 6 anni fu mandata presso
le Suore del Preziosissimo Sangue, per frequentarvi le scuole elementari e
continuare l’istruzione religiosa. Apprendeva con avidità la dottrina cristiana,
tanto che ad 8 anni le Suore le fecero insegnare catechismo ai più piccoli.
Rientrando a casa dopo la scuola, aiutava nel comune lavoro di cucito.
Partecipava ogni giorno alla Messa e quando presso le Suore non si celebrava,
scappava nella vicina chiesa. Durante una di queste scappatelle cadde su un
vetro, ferendosi al labbro superiore. Il 21 giugno 1904, a nove anni, fece la
sua prima comunione, dopo un corso di esercizi predicati al popolo da P.
Timoteo, passionista. Questi aveva esortato alla penitenza, anche portando
cilizi col permesso del confessore. Elena corse dal padre per chiedergli il
permesso; ma sua cugina Clara nell’alzare la sbarra di legno che chiudeva la
porta, la colpiva inavvertitamente alla bocca, procurandole la caduta di due
denti, che in seguito le ricrebbero, nonostante li avesse già mutati tutti. La
piccola raccolse in un fazzoletto i due denti e con la bocca insanguinata chiese
ed ottenne il permesso di portare il cilizio. Nella primavera del 1905, alcuni
mesi prima della morte della mamma, ricevette il sacramento della Cresima da S.
Ecc. Mons. Camillo Sorgente, Arcivescovo di Cosenza, nella Cappella della
Marchesa don Amalia Spada. Fece da madrina Agnese Turano.

Adolescenza e vocazione religiosa
Alla morte della madre, Pasquale Aiello richiamò a casa tutti i figli per vigilare personalmente sulla loro formazione. Ciascuno aiutava adeguatamente all’età ed alle occupazioni. Elena, già esperta di cucito, aiutava il babbo. Il tempo libero lo spendeva nei lavori domestici e nelle preghiere quotidiane: ogni mattina Messa e Comunione ed a sera la recita insieme a tutti gli altri familiari del S. Rosario. La vigilia di Natale del 1906, per tenere allegro il babbo, Elena e sua sorella Evangelina gli raccontarono una scena ridicola. Elena ride con riso irrefrenabile. Le danno da bere un po’ d’acqua; ma un colpo di tosse le fece entrare dell’acqua nella trachea, procurandole l’abbassamento della voce e una tosse continua. Ella sopportava tutto con coraggio, ma una sera, dopo la recita del Rosario, fece voto alla Madonna di Pompei di farsi religiosa nel suo Santuario, se avesse ottenuto la guarigione. Al mattino seguente ogni disturbo era passato. Da quel giorno passava la maggior parte della giornata presso le Suore del Preziosissimo Sangue, in attesa di entrare fra le Domenicane di Pompei. Il suo desiderio non poté realizzarsi subito a causa degli eventi bellici del 1915. Nell’attesa di farsi suora, Elena, si dedicava di più al servizio di Dio e del prossimo. Diventa zelatrice dell’Apostolato della preghiera, assiste i poveri, gli ammalati, i moribondi, insegna il catechismo. Un giorno il dottor Turano, medico di famiglia, la sorprende a pettinare una certa Bianca C., da tutti abbandonata perché colpita da grave etisia. La prende per un orecchio e la porta al padre, perché non le permettesse di esporsi al contagio. Avendo saputo della grave malattia di un massone, Alessandro A., si reca da lui per dirgli di confessarsi. L’ammalato le scaraventa addosso una bottiglia, che la colpisce la collo. Elena, asciugandosi il sangue, ritorna al suo capezzale e con dolcezza rinnova la sua esortazione. L’ammalato ci ripensa e si converte. Durante la grande guerra anche Montalto è colpita dalla “spagnola”. Elena si unisce subito al Parroco Don Francesco Rizzo e alla superiora Sr. Angelica e si prodiga generosamente per gli ammalati. Si occupa finanche della confezione di rozze casse da morto per dare una sepoltura cristiana alle vittime dell’epidemia.
A Nocera dei Pagani
Pasquale Aiello, vista la decisione di Elena e superate
varie difficoltà, finita ormai la guerra, le diede il permesso di farsi suora,
però non a Pompei ma nell’Istituto del Preziosissimo Sangue. Prima di fare il
gran passo, Elena scende a Cosenza per consigliarsi con una santa religiosa
delle Cappuccinelle Sr. Teresa Vitari, la quale le rivela che non sarebbe
rimasta molto tra dette suore, perché Gesù aveva altri disegni su di lei.
Ricevuto il consenso del suo Padre Spirituale Mons. Angelo Sironi, partì per
Nocera dei Pagani insieme alla Madre Generale Sr. Maria Cò, il 18 agosto 1920,
giorno del suo onomastico. A Nocera dei Pagani la Madre Generale e la Madre
Maestra le affidarono l’ufficio di prefetto delle sedici probande. Presto però
vennero le tribolazioni. Il 29 agosto fu affetta da febbre viscerale che la
tormentò per oltre un mese. Appena convalescente la prima domenica di ottobre,
dopo la Supplica alla Madonna di Pompei, fu quasi costretta da una suora ad
aiutarla a spostare una pesante cassa, procurandosi uno strappo muscolare alla
spalla sinistra con crescenti, lancinanti dolori. Sopportò tutto con gioia
e non rivelò a nessuno le sofferenze. Ma poiché queste non diminuivano, si
consiglia col confessore, il quale la costringe a dire tutto alla Madre Maestra;
questa però non vi diede peso. Nonostante tutto Elena faceva regolarmente i
lavori riservati alle probande, ma nel marzo 1921 mentre faceva il bucato, cadde
a terra svenuta. Messa a letto si constatò che dall’omero sinistro sino al collo
era tutto nero. Il medico consigliò l’intervento chirurgico. Il 25 marzo legata
ad una sedia e senza anestesia neppure locale, il medico le asportò la carne
annerita, tagliandole anche i nervi; per cui rimase con la spalla immobile e la
bocca serrata. Sopportò l’operazione con un crocifisso di legno in mano e con lo
sguardo rivolto ad un quadro della Vergine Addolorata. Intanto si avvicinava il
giorno della vestizione ed Elena con sforzi sovrumani partecipò agli esercizi,
nel timore di non essere ammessa. Il Direttore però la consigliò di tornare a
casa per rimettersi. Dopo sarebbe tornata al Monastero. Il 3 maggio 1921 se ne
ritorna in famiglia, una larva di 25 chili, quasi deforme. Nei suoi appunti essa
scrive di aver avuto da parte del Signore un invito alla rassegnazione, nella
visione di una croce insanguinata.
Di nuovo a Montalto
Ritornata a Montalto la sua saluta andava sempre
peggiorando. Il braccio era paralizzato, la bocca irrigidita, per cui poteva
ingoiare solo qualche liquido dall’angolo della bocca; sulla spalla incancrenita
pullulavano i vermi. Essa sopportava tutto per amore di Cristo. All’ospedale di
Cosenza il Prof. Roberto Falcone disse che ormai non c’era nulla da fare perché
erano stati tagliati dei nervi e che piuttosto chiedessero il risarcimento dei
danni. A questo Elena si oppose. Costretta quasi sempre a letto, trovava la
forza di recarsi con grande sforzo una volta a settimana dalle Suore per
ricevere l’Eucarestia. Nell’agosto del 1921 il Dr. Cerritto dell’Ospedale Civile
di Cosenza le riscontrò un cancro allo stomaco. Alla sorella disse che anch’egli
ne soffriva e che mai sarebbe guarita. Elena che percepì queste parole disse al
medico: “Dottore, voi morirete di questo male, ma io no, perché mi guarirà
Santa Rita”. Con la cugina Elvira Landolfi Aiello si reca nella Chiesa di S.
Gaetano a Cosenza e qui, davanti ad una statua di S. Rita chiede la guarigione
del nuovo male. Vide la statua folgorare di luce e la notte le apparve la Santa,
la quale disse che voleva istituita a Montalto la devozione verso di lei e
chiedeva di fare un triduo in suo onore. Tornata a Montalto fece il triduo ed
alla fine le apparve di nuovo S. Rita, la quale le chiese di farne ancora un
altro, dopo di che sarebbe guarita dal cancro. Elena racconta tutto al suo
confessore Mons. Mauro,il quale confermò a Mons. Spadafora questo preavviso. Il
21 ottobre le apparve di nuovo S. Rita e toccandole lo stomaco le dice:
“Mangia tutto quello che credi, perché ormai sei guarita. Voglio però una mia
statua nella Chiesa di S. Domenico e precisamente nella nicchia di S.
Giuseppe”. Sua sorella Evangelina vide una forte luce nella sua stanza,
accorsa, chiamò gli altri familiari, ai quali raccontò l’accaduto. Elena chiese
qualcosa da mangiare, le fu preparato caffé con uovo frullato. Lo ingoiò col
solito sistema, ma non rigettò. Era guarita dal cancro allo stomaco. Appena
ottenuta la guarigione pensò alla statua di S. Rita da collocare nella Chiesa di
S. Domenico. Ma avendo trovato l’ostilità della gente e dei preti del luogo che
la credevano vittima di suggestioni diaboliche, ubbidendo alle disposizioni del
Vescovo Trussoni, la collocò in casa sua. Solo nel 1927 quando Elena partì per
Cosenza, la statua di S. Rita poté essere collocata nella nicchia indicata nella
Chiesa di S. Domenico. Nella notte dell’8 novembre 1921 durante una visione, un
raggio di luce si sprigionò dalla ferita del Cuore di Gesù sul capo di Elena,
lasciandosi di esso una striscia di capelli inceneriti. Gesù le spiegò che la
invitava a partecipare alle sofferenze della sua Passione. Il fenomeno fu
confermato dal Decano Mauro. Il giorno seguante si recò dalle Suore del
Preziosissimo Sangue incuriosite ed incredule. Mentre la superiora le toglieva
il velo, una treccia di capelli cadde a terra, strappata da mano invisibile. La
treccia si conserva ancora. Nel 1922 Gesù le rinnova gli inviti alla sofferenza.
“Tu soffrirai, ma non temere, non è una malattia, ma espressione di
carità”; “Ti farò entrare in tristezza con me ed il venerdì mi arai
unita”. Durante una missione predicata a Montalto da P. Ildefonso
passionista, Elena ebbe con lui molti colloqui intorno alla Passione di Cristo.
Il 2 marzo 1923 primo venerdì del mese, si verificò per la prima volta il
fenomeno della sudorazione sanguigna che si ripeterà annualmente fino alla sua
morte. Il Decano Mauro disse a Mons. Spadafora che ella le aveva preannunziato
qualche giorno prima come “segno da vincere ogni dubbio”. Questi fenomeni
causarono esaltazioni e diffidenze, che la facevano soffrire indicibilmente.
Intanto la spalla pullulava di vermi, che Elena e sua sorella Emma toglievano
con uno stecchino. Gesù le chiese: “Figlia mia diletta, vuoi guarire oppure
soffrire?”. Ella rispose: “A soffrire con Voi, Gesù mio, si soffre tanto
bene. Ma fate quello che volete”. Gesù le rispose: “Ebbene, ti farò
guarire, ma sappi che ogni venerdì ti farò entrare in tristezza, così mi sarai
più unita”. S. Rita le aveva promesso che sarebbe guarita anche da questo
male il 22 maggio 1924. Elena lo preannunziò al dottore Adolfo Turano, che la
credette delirante. Il 22 maggio alle 14,55 scese a pregare con parte della
famiglia ed alcune amiche davanti alla statua di S. Rita. Sua sorella Emma
racconta che mentre pregavano tutto ad un tratto la malata si alzò e disse
commosso: “Sono guarita! Vedete!”. Al posto della piaga era rimasta infatti solo
una cicatrice.
Con Suor Gigia Mazza
La Provvidenza la fa incontrare con Gigia Mazza di Bucita.
Fu quando ella si era recata a Montalto per chiedere consiglio sulla sua
vocazione. Elena le aveva preannunciato che sarebbe stata la sua compagna nella
nuova opera che il Signore voleva da loro. Il Decano Mauro saputo che Elena si
apprestava a fondare un’opera, le aveva proposto di realizzare una casa per
vecchi a Montalto; lo stesso invito le faceva Don Duilio Ceci. La superiora
delle monache di Cascia dove ella si era recata per sciogliere un voto,
voleva invogliarla alla vita di clausura. Ella sente che Dio però la chiama per
un’opera diversa. Si consiglia perciò col confessore straordinario Mons. Angelo
Sironi e poi con l’Arcivescovo Trussoni, il quale le disse di seguire la volontà
del Signore indipendentemente da ogni altro. Per maggiore sicurezza la inviò a
Roma dal gesuita P. Marchetti, il quale fu della stessa idea. Nell’agosto del
1927 si recò a Bucita in casa di Gigia Mazza per godere un po’ del suo clima
dolce e per aiutarla nei preparativi per l’ordinazione sacerdotale del fratello
di Gigia P. Beniamino, e soprattutto per maturare insieme coi fratelli Mazza
l’opera che il Signore voleva da loro. Fu deciso che si sarebbero trasferite a
Cosenza ed i fratelli Mazza ne ottennero il nulla osta dell’Arcivescovo. Nel
mese di novembre 1927 si recano a Cosenza e presero alloggio temporaneo presso
la casa del canonico Colistro che teneva un collegio per studenti. Ma esse
cercavano una casa tutta propria per iniziare l’opera alla quale si sentivano
chiamate pur non conoscendo ancora chiaramente quale era la volontà del Signore.
Per questo motivo rinunziarono alla generosa offerta del Canonico Colistro, il
quale voleva mettere a loro disposizione ben dodici stanze con servizi annessi.
“E’ volere di Dio ch’io faccia da me, una strada tutta nuova” dice Elena
alla sorella del Canonico, Risina Colistro. Però le ricerche della casa
rimangono per un po’ infruttuose. Stanca per aver girato invano, pregò molto
dinanzi alla statua di Santa Teresa del Bambin Gesù, nella Chiesa di S. Nicola.
Nel pomeriggio si recò al postale per fare ritorno a Montalto. Una suora
misteriosa però la condusse al Vico Secondo Rivocati e le indicò la casa di
proprietà della signora Maria De Rosa, dicendole che questa l’avrebbe preferita
ad un ufficiale di posta per 10 lire in meno. Detto questo, sparì. Commossa
Elena raggiunse l’abitazione indicata e la signora De Rosa fu felice di fittarle
la casa per 250 lire mensili. La sera stessa fu stipulato il contratto ed un
benefattore Pietro Fusaro anticipò le prime 250 lire. L’indomani andò a
raccontare tutto all’Arcivescovo, il quale la consigliò di dedicare la sua prima
casa alla Santa di Lisieux.
Inizio dell’opera
Elena e Gigia ritornano nelle rispettive famiglie per
informarle e sistemare ogni cosa per il loro trasferimento definitivo a Cosenza.
A Montalto cercano di trattenerla; la gente vuole che l’opera sorga nel natio
paese e lo stesso Decano Mauro tenta di convincerla a restare. Ma il 17 gennaio
lascia definitivamente Montalto, sistema alla meglio la casa di Cosenza ed in
attesa dell’arrivo di Gigia che la raggiungerà il 28 gennaio, comincia ad
avvicinare i bambini e ad insegnare loro il catechismo. Elena si fa trasportare
dall’entusiasmo e lascia molto spazio all’intervento anche straordinario della
Provvidenza; Gigia invece è calma riflessiva; tuttavia nonostante la diversità
di carattere, si completano a vicenda ed insieme cominciano a costruire le basi
dell’opera che erano chiamate a realizzare. In attesa che si manifesti
chiaramente la volontà di Dio, si dedicano alla preparazione dei bambini alla
prima comunione ed alla educazione degli adolescenti. Due volte a settimana si
recavano alla “Piazzetta delle uova” per raccogliere i bambini, i quali ormai le
aspettavano con gioia. Si occuparono pure di preservare la fede dalla propaganda
protestante che imperversava nella zona periferica di Panebianco; anzi Elena non
ebbe esitazione di entrare nella sala dove il pastore teneva le riunioni, per
esortare la gente a non abbandonare la fede. Si adoperarono anche per la
regolazione dei matrimoni, per le comunioni tardive e per mettere giovani
pericolanti sulla buona strada, come accadde con quel ragazzo che aveva avuto il
nomignolo di “Ciccio il ladro”. Un’altra missione delicata e peculiare di Elena
era l’assistenza ai moribondi, specialmente massoni, che con le buone maniere
morivano riconciliati con Dio. Fu talmente rapido lo sviluppo dell’azione delle
due suore, che ben presto la casa di Via Rivocati divenne angusta ed
insufficiente. Avevano formato un laboratorio con annessa scuola di taglio,
cucito, ricamo, ecc., e poi l’asilo infantile, il catechismo; progettavano un
pensionato per studentesse e come se non bastasse, le richieste più varie
venivano da ogni parte della città. Non era passato neppure un anno, quando ai
primi di ottobre del 1928 si trasferirono nel palazzo Caselli in Via Giostra
Vecchia con un fitto di lire 450 mensili.
La finalità dell’opera
Nonostante il lavoro intenso ancora non si delineava il
volto della nuova istituzione. I bisogni erano tanti e non si sapeva quale
finalità specifica avrebbe dovuto avere l’opera. Elena ne parlava ripetutamente
con Gigia, ma non riuscivano ad avere idee sicure. Per conoscere la volontà di
Dio il 4 dicembre fecero celebrare una Messa da P. Giovanni Corrao nella Chiesa
di S. Francesco d’Assisi. A mezzogiorno si presenta a Palazzo Caselli il
capitano di vascello Giovanni Zeni, mandato dall’Arcivescovo con una bambina di
nome Rita Panno, orfana, residente a Portapiana. Lo stesso capitano offre 50
lire al mese per il suo sostentamento. Fu il primo avviso del Signore. La prima
bambina, fosse o no un caso casuale si chiamava Rita, il nome della Santa che
tanta parte aveva avuto nella vita di Elena. Dopo qualche giorno ebbe un sogno
premonitore, un uomo vestito di nero con tre bambine, si aggirava nei pressi del
Liceo presso la cartoleria Grillo in cerca di una suora che non conosceva.
Vedendo Sr. Elena che accompagnava a scuola due ragazze di Rossano, le chiede di
prendere con sé le tre orfanelle. Avrebbe pensato a tutto la Provvidenza.
Raccontò a Sr. Gigia il sogno e la stessa mattina al punto sognato, trovò
veramente un uomo con tre orfanelle: Lillina Rende di 7 anni, Ernestina di 4 e
Sandrina di 3. A queste seguirono nello stesso mese, Assunta Ruffolo di 8 anni
ed Anna Miranda di 4. Capirono allora senza alcun dubbio che la finalità
del nascente Istituto era imperniata sull’assistenza agli orfani ed abbandonati.
Il 19 dicembre 1929 Mons. Trussoni incaricava il suo Vicario Mons. Angelo Sironi
a benedire la Cappella e nello stesso tempo, quasi a voler confermare il piano
di Dio, le inviava una bambina deficiente di nome Gina Martino, figlia di una
profuga della guerra 15-18. Mons. Sironi, compiacendosi per le molteplici
attività svolte dalle suore, benedisse la cappella e la casa, giusto il
desiderio dell’Arcivescovo, fu dedicata a S. Teresa del Bambino Gesù. Dopo
appena un anno le bambine ricoverate erano già salite a 24. L’opera di
assistenza alle orfanelle poggiava solo sull’aiuto della Provvidenza che non
fece mancare mai il necessario. Nella relazione del novembre 1956 in occasione
del I Capitolo Generalizio così si riassume l’azione in loro favore: “Si è
potuto provvedere anche alla loro formazione spirituale e materiale per
prepararle alla vita sociale e renderle buone massaie, esperte nel cucito, nel
taglio e nella maglieria: le orfanelle devono frequentare la scuola fino alla
quinta elementare. Le piccole possono rimanere nell’Istituto fino all’età di 22
anni. Non debbono essere date come persone di servizio, ma solo per essere
legittimate o sposate. Altrimenti, resteranno nella comunità, essendo questo il
fine specifico dell’Istituto”. Per provvedere alla formazione professionale
delle orfanelle Sr. Elena fece diplomare 14 suore in taglio e cucito, 4 in
maglieria e 6 in ricamo. Nel 1940 il Laboratorio Professionale per
l’insegnamento tecnico annesso all’Istituto veniva legalmente riconosciuto e
quando fecero la prima mostra dei lavori nello stesso anno in presenza del
Ministro Bottai, furono premiate con 4 macchine da maglieria e L. 5.000. Delle
bambine alcune furono adottate come figlie, altre si sposarono, ed altre ancora
chiesero di far parte dell’Istituto come Suore. Il numero delle orfanelle alla
morte di Sr. Elena era di 450. I fratelli Mazza, religiosi dell’Ordine dei
Minimi di S. Francesco di Paola, fratelli di Sr. Gigia, ebbero parte
preponderante in tutte le vicende del nascente Istituto. Nella suddetta
relazione del 1956 si legge: “…sono stati per noi veri Angeli tutelari; ci
hanno seguito passo passo fin dall’inizio dell’opera e ci sono stati di guida e
di buon esempio in tutte le difficoltà. Non potremmo mai dimenticare tutto il
bene che essi come ministri di Dio hanno fatto alle anime nostre e anche per gli
aiuti materiali elargiti dalla loro famiglia”. Lo spirito di S. Francesco di
Paola attraverso i fratelli Mazza, trovò terreno adatto in Sr. Elena e Sr.
Gigia. “Charitas”è il distintivo dei Minimi; ed Elena fin dall’infanzia
era animata da spirito di grande amore verso Dio e verso il prossimo. Ma le
vicissitudini della sua vita l’avevano formata ad apprezzare la sofferenza come
prova d’amore sincero verso Dio. “Non c’è amore senza sofferenza – diceva
spesso – come non c’è sacrificio vero senza carità”. Per questo, amore e
sofferenza formavano un binomio inscindibile che sarà l’ideale non solo
suo, ma di tutte le anime che sceglieranno di condividere la sua vita nel nuovo
Istituto. Scelse quindi come distintivo lo stesso di quello dei Minimi, la
“Charitas” e vi aggiunse le insegne della Passione di Nostro Signore Gesù
Cristo. L’Istituto fu chiamato delle “Suore Minime della Passione di
N.S.G.C.”. l’ideale di vita così elevato ed ardito, che veniva concretizzato
nella testimonianza vissuta di Sr. Elena, attirò ben presto le prime vocazioni.
Si unirono a loro due giovani aspiranti: Carmelina Cribari ed Emilia Arcuri di
Bucita, agli inizi del 1929; a dicembre arrivò la terza aspirante: Concetta
Laganà nipote di Sr. Gigia. Nel 1932 si aggiunsero Luisa Perna, che assisterà
Sr. Elena fino alla morte, e Sr. Giulia Montemurro. Nel 1942, solo 13 anni dopo,
il numero delle suore sale a 52 ed alla morte di Sr. Elena (1961), l’Istituto
conta ben 112 religiose. L’espandersi delle attività ed il numero crescente
delle orfanelle richiedeva sempre più spazio. Così nel febbraio 1932 Sr. Elena
accettò di buon grado l’offerta di D. Carlo De Cardona, fondatore e direttore
della Cassa Rurale, il quale mise a disposizione gratuitamente i vecchi locali
della sua banca, siti in Via Spirito Santo. Vi stettero fino al settembre 1937,
anno in cui si trasferirono nella attuale Casa Generalizia in Via dei Martiri,
acquistata dall’Istituto non senza la l’assistenza visibile e straordinaria
della Provvidenza. Sr. Elena aprì in tutto 19 case, senza contarne altre due
(Pentone e Pietrapaola) chiuse dopo qualche anno. Ognuna di esse ha una storia a
sé e testimonia con quanta insistenza le popolazioni chiedevano le Suore Minime.
Alle attività specifiche della Congregazione, le suore hanno sempre congiunto
l’assistenza nelle parrocchie, dove si mettono a disposizione del parroco per
catechismo, azione cattolica, messa del fanciullo. La Casa Generalizia fu anche
sede di probandato e noviziato. Come attività c’era l’Orfanotrofio, le scuole
elementari, il laboratorio Professionale di taglio, cucito, maglieria,
merletteria e ricamo, l’Asilo Infantile “Vera Palmardita”, l’organizzazione
delle colonie estive per 710 assistiti e per di più l’assistenza nelle chiese
di: S. Francesco di Paola, Spirito Santo, SS. Crocifisso, S. Agostino, S.
Giovanni, S. Lucia, S. Aniello. A Montalto Uffugo fondò un complesso più
articolato e che dimostra anche l’apertura mentale di Sr. Elena in un periodo in
cui non si dava molto peso alla formazione culturale delle Suore. Vi istituì
infatti, l’Istituto Magistrale parificato dove potevano accedere anche le suore.
Montalto fu anche sede di Aspirandato, Asilo Infantile, Scuole Elementari e
Medie, Orfanotrofio, Collegio, Laboratorio Professionale. La casa di S. Lucido
invece fu destinata a casa di riposo per gli anziani. Nelle altre case
funzionava generalmente l’Asilo Infantile o l’Orfanotrofio o ambedue le
istituzioni.
Spirito di sofferenza
Lo spirito di sofferenza è una nota predominante della
spiritualità della Serva di Dio. Dolori fisici e morali accompagnarono tutta la
sua vita, sì da renderla degna di soffrire i dolori della Passione di Gesù e di
portare impresse nelle sue carni le Sacre Stimmate. Appena nata, versò in
pericolo di vita ed i genitori furono costretti a battezzarla in fretta e
secondo l’usanza, dovettero pagare la tassa per il Fonte Battesimale, dato che
il Battesimo fu fatto fuori del tempo ordinario. A soli 11 anni le morì la
mamma, poi dovette soffrire ristrettezze di ogni genere; fin dall’infanzia la
sofferenza fu il pane quotidiano. Elena chiamava le sofferenze “i doni”
di Gesù e diceva sempre: “Io mi offro vittima per la Chiesa, per i peccatori
per i Sacerdoti”. A Nocera dei Pagani, dove si era recata con giovanile
entusiasmo, per vivere l’ideale della totale consacrazione a Dio nella vita
religiosa, tutti i suoi sogni crollarono bruscamente, per le tragiche
conseguenze dell’incidente occorsole. Desolata, prega con fervore e cerca lumi
dall’alto. Elena confida a Padre Ciccio Mazza, che fu confessore e confidente
della Serva di Dio, che mentre se ne stava in preghiera, vide ad un tratto
illuminarsi la parete di fronte al suo letto e lì appare “una grandissima
Croce e vicina ad essa la figura del Signore, con un’espressione vigorosa e
grave, che la invitava ad abbracciarsi quella Croce”. Da questo momento Gesù
le rivela chiaramente che la sua sarà una vita di sofferenza. Questa
caratteristica non tardò a rivelarsi anche esternamente in maniera eclatante.
Una notte Elena riceve un “avviso” dal Signore che affida ad un pezzo di
carta, raccolto poi da sua sorella Emma: “Figlia mia, - c’era scritto – in
questi giorni ti darò un segno, di cui si parlerà in tutto il mondo”. Aveva
più volte ricevuto le “grazie” del Signore partecipando a qualcosa delle
sue sofferenze. Ma il 2 marzo 1923, Venerdì di Passione può per la prima volta
sperimentare sulle sue carni, per la durata di tre ore, l’agonia di Cristo sulla
Croce, tra lo stupore dei parenti, del Decano Mauro, del Medico Turano, che non
sa dare spiegazione del sangue che trasuda copioso dal viso e dell’atteggiamento
estatico che la rende insensibile ad ogni richiamo esterno. Questo fenomeno
della sudorazione sanguigna e della partecipazione ai dolori della Passione di
Cristo, si ripeterà regolarmente ogni anno, sino alla fine della sua vita, e
sarà il “segno” attraverso il quale la Serva di Dio sarà riconosciuta non
solo in Italia ma anche all’Estero. Oltre le sofferenze narrate negli articoli
precedenti, la Serva di Dio fu costretta a starsene quasi abitualmente a letto
per ben 15 anni. Quando il 12 giugno 1961 fu ricoverata all’ospedale S. Giovanni
di Roma, fu fatta la seguente Anamnesi patologica remota: “Nel 1920
appendicectomia, nel 1921 frattura della spalla sinistra complicata da pleurite
traumatica, nel 1939 malaria. Nel 1943 durante un bombardamento, frattura del
piede destro, del setto nasale e caduta di molti denti. In epoca non precisata
sporadiche menometrorragie attribuite a fibroma uterino. La paziente riferisce
inoltre numerosi episodi riportabili a coliche epatiche, non seguiti da ittero,
con emissioni in più occasioni di formazioni calcolose per via enterica. Da
diversi anni, sono anche insorti dolori vertebrali riferibili a spondiloartrosi,
e dolori poliarticolari diffusi, specie alle ginocchia; per tali disturbi la
paziente è costretta a trascorrere a letto la maggior parte della giornata e a
limitare al massimo la deambulazione che comunque è ancora possibile”. Elena
sopportava tutto con gioia e ripeteva spesso: “Tanto è il bene che mi aspetto
che ogni pena mi è diletto”. Racconta Padre Ciccio Mazza che durante una
delle sue frequenti coliche dovette ricevere il Prefetto per urgenti motivi.
Ella ebbe il coraggio e la forza di comportarsi con tutta naturalezza; ma quando
il colloquio finì per poco non svenne per la spossatezza. Il medico le aveva
ordinato di applicare le mignatte sul fegato. Lei scherzava con la suora che
l’assisteva: “Guarda come mangiano bene!...”. si tirava da sola qualche
dente malsano, come da sola si asportava le unghie incarnite e a Sr. M. Silvana
che le diceva: “Madre Generale, non vi fa male?” rispondeva: “Eh!
Allora cosa offriamo a Gesù?”. Come se non bastasse, aveva anche le
stimmate ed altre piaghe al braccio e alle gambe che si aspiravano e
sanguinavano i venerdì di Quaresima ed in particolar modo il Venerdì Santo. Suor
Luisa o altra Suora medicava queste piaghe con olio e qualche fogliolina di
viola mammola o di rosa che a contatto con le ferite subito si seccava, tanto
era il calore che da esse emanava. Per di più era tormentata dall’arsura; ma non
volle essere dispensata dal digiuno eucaristico. Se qualche lamento usciva dalle
sue labbra, era più per sofferenze morali che fisiche. Soffriva per
l’ingratitudine e per l’offesa recata al Signore o alla verità. Una lettera del
14 maggio 1950 indirizzata all’Assistente Pontificio Padre Manzo, rivela il suo
animo: “…in questi giorni ho avuto tanti dispiaceri morali e fisici per le
continue lotte che bisogna sostenere. E’ necessario, Padre, pregare molto e
offrire le pene che il Signore manda per la mia salvezza e le anime allontanate
da Dio che vanno perdute. Del resto nessuna meraviglia bisogna farsi se
continuamente sono contristata; sono sicura che il Signore mi tiene così fino
all’ultimo respiro della mia vita. La mia preghiera è sempre rivolta al Signore
dicendo: A Te la gloria, a me l’offesa. Però bisogna pensare se ho la forza di
poter sopportare quest’ultimo punto. Il Signore mi tirerà fuori dalle onde che
sembrano di avermi sommersa? Chiedo di darmi la forza… chi più di Lui sa la
verità? Sono i vincoli delle mie bambine che mi legano a resistere fino alla
morte, lo spirito di verità che mi dà la pace dell’anima ed il timore di Dio a
vivere alla Sua presenza; tanto mi basta”. Per ottenere speciali favori dal
Signore moltiplicava le sue sofferenze e la notte la passava in preghiera.
Durante tutta la Quaresima specie nei venerdì soffriva solitamente con speciale
intensità. Tuttavia mai prevaleva l’umanità ma tutto offriva a Gesù. Nei venerdì
di Quaresima faceva confezionare dalle Suore corone di spine raccolte in un
roveto. Prima dell’ora di adorazione che si faceva in chiesa, ogni Suora si
cingeva di una di queste corone per ricordare anche in maniera sensibile la
coronazione di spine di Gesù. Le sofferenze della Serva di Dio erano possenti,
ai limiti dell’umana sopportazione. Quando durante i fenomeni mistici era allo
stremo delle forze esclamava: “Basta… Gesù”.
L’approvazione ecclesiastica ed il riconoscimento giuridico
S. Eccellenza Mons. Nogara, succeduto a Mons. Trussoni,
aveva pensato di dare all’opera di Sr. Elena la veste giuridica di Congregazione
canonicamente eretta di diritto diocesano. Ma la morte avvenuta nel 1940, glielo
impedì. Quando nell’arcidiocesi si insediò il nuovo eletto, Mons. Aniello
Calcara, Sr. Elena gli rivolse espressamente la preghiera di concedere alla
Congregazione il riconoscimento canonico. Mons. Calcara promise il suo
interessamento, ma sorsero delle incomprensioni che portarono al riconoscimento
dell’Istituto come Congregazione di diritto Pontificio, prima ancora di ottenere
il riconoscimento diocesano. La S. Congregazione dei Religiosi inviava
direttamente alla M. Generale il relativo decreto n. 207 – 46 C – 139 del 2
gennaio 1948. L’Arcivescovo Calcara volle farne la proclamazione “in una
solenne funzione, con l’intervento di tutte le Suore delle diverse case”.
Con Decreto presidenziale dell’8 luglio 1949 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale
189 del 30 agosto1949, la Congregazione ottenne anche il riconoscimento
giuridico. La S. Congregazione dei Religiosi per meglio tutelare lo spirito
delle Suore Minime ed aiutarle nei vari problemi del suo governo, in data 7
novembre 1949 designa P. Giuseppe Manzo S.J. come Assistente Pontificio e quindi
portavoce ufficiale presso la S. Congregazione. Sr. Elena lo informava di tutto
e non perdeva occasione per dimostrargli la sua gratitudine e la sua ubbidienza.
P. Manzo mantenne il suo ufficio fino al 1952. Dal 1952 al 1966 tale compito fu
affidato a P. Bonaventura da Pavullo O.FF.MM.
Cap.